PERÙ, L'ORDINE DI ALAN GARCÍA ERA UCCIDERE GLI INDIGENI

Gennaro Carotenuto
(16 giugno 2009)

La resistenza degli indigeni ha obbligato il governo di Lima a fermare e derogare i decreti che permettevano alle multinazionali di spogliare l'Amazzonia che dovranno essere riesaminati in Parlamento a Lima. Il tempo e la tenacia dei popoli originari diranno se è un diversivo neoliberale, una semplice tregua per dirottare l'attenzione internazionale (poca ma combattiva) oppure l'inizio di una vittoria storica di chi difende la biodiversità dell'Amazzonia.
Intanto, secondo l'indigeno awajún Salomón Aguanash, testimone diretto delle stragi, intervistato da IPS, l'ordine di Alan García era sparare per uccidere. Così, all'alba del 5 giugno, quando tre elicotteri MI-17 dell'esercito hanno aperto il fuoco su 3.500 indigeni che bloccavano la strada che collega la selva alla costa Nord, è iniziato il massacro in Amazzonia. Al termine dell'incursione sul terreno gli indigeni contavano almeno 25 morti e un centinaio di feriti ma erano più che mai disposti a resistere fino alla vittoria. I dati sulle violenze successive continuano ad essere contraddittori. Secondo fonti inconciliabili, il governo e gli indigeni, ci sarebbero 23 poliziotti morti da una parte e almeno 50-60 indigeni uccisi e fino a 400 desaparecidos dall'altra.
Il presidente del Consiglio dei Ministri peruviano (in Perù, nonostante il sistema presidenziale, esiste tale figura) Yehude Simón, ha annunciato che il governo di Alan García si è impegnato a trattare con gli indigeni e revisionare in parlamento entro il prossimo 18 giugno i decreti sullo sfruttamento delle risorse naturali, forestali e idriche che hanno provocato la ribellione in Amazzonia e alle quali il governo è obbligato dal Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti. Il nuovo portavoce del coordinamento indigeno dell'AIDESEP, che rappresenta 300.000 persone di 1.300 comunità, Daysi Zapata (Alberto Pizango è ancora nell'Ambasciata del Nicaragua a Lima dove ha chiesto asilo politico) si dimostra scettico: “Più che promesse dobbiamo vedere fatti concreti. Notiamo però che il governo fa adesso, con almeno 60 morti sulla coscienza, quello che noi avevamo chiesto da marzo”.
Intanto è alta la polemica a Lima per le parole del presidente boliviano Evo Morales per il quale quello in corso in Perù è “un massacro voluto dal Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti”, particolarmente punitivo per gli interessi del paese andino. “Quello che succede in Perù –ha sostenuto Morales- da noi in Bolivia non potrebbe succedere perché la nostra Costituzione obbliga alla consultazione con i nativi. In Perù invece il TLC consegna la selva amazzonica alle multinazionali che commettono un vero e proprio genocidio in America latina”. Il governo di Alan García, che ha affermato di considerare gli indios “cittadini di serie B”, gli ambientalisti il vero nemico del XXI secolo e considera i fatti di queste settimane frutto di un complotto internazionale orchestrato da La Paz e Caracas, ha concesso di recente asilo politico a tre ministri del governo di Gonzalo Sánchez de Lozada, accusati di aver assassinato più di 70 indigeni boliviani nella cosiddetta “guerra del gas” del 2003 e all'esponente dell'opposizione venezuelana Manuel Rosales sulla testa del quale pende un mandato di cattura internazionale spiccato dall'Interpol per decine di accuse di corruzione.

fonte www.gennarocarotenuto.it

MASSACRO IN AMAZZONIA, PERCHÉ GLI INDIGENI DEL PERÙ CI RIGUARDANO

Gennaro Carotenuto
(09 giugno 2009)

È finora di una quarantina di morti e di centinaia di feriti il bilancio dell'uso della forza da parte del governo peruviano di Alan García, uno degli ultimi in America latina che al consenso degli elettori continua ad anteporre, come se fossimo ancora nei decenni neri di fine XX secolo, quello di Washington.

Il conflitto tra gli indigeni dell'Amazzonia e il governo di Lima (del quale demmo conto qui e qui ) ha avuto così lo sviluppo più sanguinoso possibile che in queste ore sta provocando una vera e propria caccia all'uomo con almeno uno dei dirigenti indigeni più in vista, Alberto Pizango , costretto a chiedere asilo politico in Nicaragua. Non poteva averne altro in un paese come il Perù, tra gli ultimi ad essere retto da un governo ortodossamente neoliberale e che si è legato mani e piedi firmando un trattato di libero commercio che è all'origine dell'attuale crisi.

È infatti il TLC tra Perù e Stati Uniti che “privatizza” una dei patrimoni mondiali più importanti per biodiversità dell'intera umanità, aprendolo allo sfruttamento da parte delle multinazionali del petrolio, del gas, dell'acqua e del legname e sottraendolo alle popolazioni indigene che lo considerano loro assegnato per diritto ancestrale. È sempre il TLC che sottrae completamente alla sovranità peruviana il territorio. Le compagnie multinazionali, sono infatti libere di sfruttare il territorio senza essere obbligate ad alcuna mediazione con chi, come gli indigeni, su quel territorio ci vive. Siamo così al muro contro muro, con il governo di Lima che usa la violenza perché non ha altra scelta che rispettare i patti con Washington e le comunità indigene che stanno combattendo una battaglia per la loro sopravvivenza.

Siamo costretti una volta di più a notare che uno dei massacri politici più gravi da anni nel continente sta avvenendo nel silenzio colpevole della stampa internazionale, altrimenti così solerte quando crisi politiche anche di ben minore entità riguardano paesi non proclivi al fondomonetarismo. Ma la stampa internazionale una volta di più sbaglia a disinteressarsi del Perù perché quello amazzonico è uno scontro dalla valenza planetaria. Quello sugli indigeni peruviani è pertanto un silenzio complice. Col silenzio, giova ricordare, si sta dalla parte di chi viola i diritti e contro chi li vede violati, e quel silenzio è necessario denunciare e rompere.

Se i morti sono finora una quarantina, comunque un massacro spaventoso, decine o forse centinaia di migliaia di vite sono a rischio perché quella che combattono gli indigeni dell'Amazzonia peruviana è una battaglia in difesa di uno dei punti nevralgici dell'ecosistema mondiale e nel quale si scontrano due visioni alternative di mondo: quella neoliberale dei Trattati di Libero Commercio, che stabilisce che qualunque cosa ha un prezzo e che le conseguenze a breve, medio e lungo termine dello sfruttamento del pianeta non sono importanti rispetto al profitto immediato delle corporazioni e quella di chi pensa che un altro rapporto con il pianeta sia non solo possibile ma indispensabile e urgente.

Nell'Amazzonia peruviana non stiamo infatti assistendo ad un semplice conflitto per la terra, con le popolazione native espulse dalle loro terre ancestrali per far posto al latifondo, alle enclosures, allo sviluppo capitalista e agroindustriale di terre libere e che qualcuno suppone deserte e disponibili.

Quello che si combatte in Perù è un conflitto che mette in gioco molteplici aspetti. Vediamo una volta di più la controffensiva di popolazioni native che qualcuno considerava residuali e assimilabili (se non sterminabili) e che invece in questi anni risultano sempre più coscienti di sé e dei propri diritti e pertanto combattive, dai mapuche cileni ai garifuna dell'Honduras. Questa lotta coincide dunque con quella di chi pensa che tutto il pianeta, la vita, la natura, la biodiversità, non sia assoggettabile ai Trattati di Libero Commercio come quello firmato dal governo di Lima che ha semplicemente rinunciato alla propria sovranità sulla regione sottoponendola agli interessi economici e finanche alle leggi di un paese terzo, in questo caso gli Stati Uniti.

Il governo di Alan García spara sulla folla sostenendo pubblicamente che non ci sia altra via allo sviluppo che questa, disboscare, desertificare, distruggere, privare i popoli del loro territorio. Paesi vicini al Perù, l'Ecuador e la Bolivia in primo luogo, stanno dimostrando che il governo peruviano ha torto, che ci sono altre vie allo sviluppo oltre quella del pensiero unico e che senza rispetto per la vita dei popoli lo sviluppo stesso non ha alcun senso.

fonte www.gennarocarotenuto.it