E' MORTO GINO DONE' PARO

Il compagno Gino Doné è morto nella notte tra il sabato 22 e la  domenica 23, a San Dona' di Piave.
Si è spento nel sonno, serenamente come aveva vissuto questi ultimi  anni dopo il ritorno in Italia. Il 18 maggio avrebbe compiuto 84 anni.
Perdiamo il compagno partigiano guida esperta nelle lagune venete  all'epoca della lotta contro i nazifascisti.
Perdiamo il girovago sognatore cosmopolita avventuriero.
Perdiamo il "Jefe de Pelotón" Gino Done Paro, uno degli 82 del Granma.
Perdiamo l'uomo che si trovò vicino a Guevara nello sbarco de Las  Coloradas (dove lo aiutò a districarsi tra le mangrovie) e  nell'agguato di Alegría de Pío.
Perdiamo il combattente del fronte dell'Escambray e della battaglia  di Santa Clara.
Perdiamo il rivoluzionario disinteressato e antiburocratico che non  volle trasformare queste sue imprese in carriera politica, né a Cuba 
né in Italia né in alcuna altra parte del mondo.
Perdiamo la sua opera di testimonianza su un passato che sembra non  finir mai.
Perdiamo il suo sguardo lucido e indagatore, ma fraterno e solidale.
Perdiamo la sua bonaria allegria da popolano veneto.
Perdiamo il suo amore per la vita e per tutto ciò che può renderla  significativa.
Perdiamo il suo sorriso.
Personalmente perdo un grande amico fraterno, ma ringrazio la vita  che mi ha concesso di vivere un'amicizia così pura e intensa.

Hasta siempre Gino!

Roberto Massari



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Allego la sintesi biografica scritta da Gianfranco Ginestri e 
pubblicata sul Quaderno n. 5 della Fondazione Guevara. Gino aveva la 
tessera n. 503 della Fondazione, con la quale ha mantenuto un 
rapporto di grande simpatia, partecipando a molte sue iniziative. (r.m.)

NOTA BIOGRAFICA SU GINO DONÈ
di Gianfranco Ginestri

Nell'archivio storico della Far (Fuerzas armadas revolucionarias di  Cuba) vi è un dossier su Gino Donè Paro, (l'unico italiano, anzi  l'unico europeo) che partecipò alla rivoluzione cubana negli anni ‘50.
Di due anni più anziano di Fidel Castro, Ginoè nato il 18 maggio 1924  nel comune di Monastier, in provincia di Treviso, non lontano da  Venezia. Ha frequentato le scuole professionali, e poi a vent'anni è  diventato partigiano combattente nella laguna veneziana.
A guerra finita, emigra nel continente americano. Va a vivere a Cuba,  dopo essere passato per il Canada.
Nel 1951 lavora all'Avana come tecnico carpentiere alla costruzione  della Grande Plaza Civica della capitale (la quale è poi stata  ribattezzata successivamente «Plaza de la Revolución»).
Nel 1952 si fidanza con Norma Turino Guerra, una giovane cubana  rivoluzionaria, abitante nell'antica città di Trinidad (la quale è a  sua volta amica della giovane Aleida March, futura seconda moglie del  Che). Due anni dopo, Gino e Norma entreranno a far parte del neonato  movimento rivoluzionario diretto da Fidel Castro, chiamato  «Movimiento 26 de Julio» (dalla data dell'assalto alla Caserma Moncada).
Nel 1953 Gino e Norma si sposano e nel 1954 Gino riceve l'ordine dal  «M-26-7» di accompagnare clandestinamente due gruppi di giovani  cubani (e pacchi di dollari), in due viaggi distinti a Città del  Messico, dove sono attesi da Fidel, qui esiliato dopo l'assalto al  Moncada di Santiago de Cuba, e dopo due anni di prigione all'Isla de  Pinos.
E' a Città del Messico che Gino conoscerà anche il giovane medico  argentino Ernesto Guevara de la Serna, che comincia ormai ad esser  chiamato «Che».
L'italiano è uno dei pochi ad avere alle spalle un'esperienza di  combattente (come partigiano) e collabora all'addestramento militare  in Messico dei futuri membri della spedizione del Granma.
Il celebre yacht partirà alla fine di novembre del 1956 dal Porto di  Tuxpán e Gino sarà uno degli 82 combattenti imbarcati. A bordo vi  sono altri 3 «stranieri»: un domenicano (Ramón), un messicano  (Alfonso) e un argentino (il Che).
Gino ha il grado militare di tenente del Terzo Plotone comandato dal  capitano Raúl, fratello di Fidel.
Dopo lo sfortuinato sbarco in Oriente, nei pressi di Niquero, ai  piedi della Sierra Maestra, e dopo la decimazione subìta ad opera dei  soldati dell'esercito batistiano, Gino torna clandestinamente a Santa  Clara. Qui, nel natale 1956, partecipa ad azioni di sabotaggio contro  postazioni militari assieme ad Aleida March.
Nel gennaio1957 riceve l'ordine di andare in clandestinità  all'estero, salpando con una barca da Trinidad. Lì si perdono le sue  tracce.

Nel 1995, alla Fiera di Varadero, il comandante Jesús Montané  Oropésa, «moncadista e granmista», durante una breve intervista con  il sottoscritto, disse di lui: «Gino era il più adulto, il più serio,  e il più disciplinato… Dopo la vittoria Gino non ha mai cercato  privilegi... Ha preferito diventare (anzi, rimanere) un giramondo… 
Ogni tanto ci telefoniamo e ci vediamo a casa mia all'Avana».
L'ultima volta che Gino era andato a Cuba, ospite del suo amico  Montané, era stato in occasione delle celebrazioni del 40° dello  sbarco del Granma Montané è morto nel 1999 e Gino ormai è uno dei  ultimi «granmisti» viventi.
Su Gino ha già scritto ampiamente il quotidiano veneziano La Nuova  Venezia, alcuni anni or sono. Nell'agosto del 2001 ne ha parlato  Maurizio Chierici sul Corriere della Sera.
Dal 2003 Gino, vedovo due volte (della cubana Norma e della  portoricana Antonia) e senza figli, abita a Noventa di Piave, vicino  Mestre, con l'amata nipote Silvana. A Cuba è in contatto col suo  amico granmista Arsenio, a casa del quale ha previsto vacanze nel  2004... In Italia è in contatto con il sottoscritto, al quale ogni  tanto manda saluti per la Fondazione Che Guevara. Nel 2004, per il  suo 80° compleanno, l' Associazione Italia-Cuba, la Fondazione  Guevara ecc. gli faranno feste... E l' Editore Bompiani stamperà un  libro sulla sua vita, scritto da Maurizio Chierici...
L'ideale sarebbe incontrarci nelI'isoletta veneziana di Burano per  una mangiata di pesce al locale Circolo Arci «Che» Guevara (a due  passi dalla chiesetta con la tomba di Santa Barbara, assai popolare a  Cuba col nome di Changó). Non indichiamo qui l'indirizzo e il  telefono di casa di Gino, per motivi di privacy, ma se chiedete al  Municipio di Noventa di Piave vi diranno dove salutarlo.
Come ho «scoperto» Gino
Il 28 gennaio 1994 ero all'Avana alla tradizionale manifestazione per  la nascita di José Martí, davanti alla sua casa natale, dove si  svolgeva uno spettacolo culturale. Avevo il patacchino della «Prensa»  al collo e vicino a me c'era una giovane giornalista del Granma:  Katiuska Blanko Castiñeira. Ci presentammo e lei mi regalò un suo  nuovo libretto, appena pubblicato (Después de lo increíble, Editora  Abril, La Habana 1993) in cui compariva la lista degli 82 del Granma:  a p. 56 si citava il «Tte. Gino Donne Paro (italiano)». Era quella la  prima volta che leggevo il nome di Gino e probabilmente era anche la  prima volta che il suo nome compariva ufficialmente su un libro come  membro della spedizione del Granma.
Poi sono andato al Museo della Rivoluzione a confrontare tutti i nomi  nella bacheca apposita dedicata agli 82 del Granma. Anche lì c'era  scritto «Gino Donne Paro», ma senza specificare se fosse italiano o  cubano... I responsabili del Museo, però, davano per scontato che  fosse cubano.
Ricontattai allora Katiuska Blanko un paio di volte (al palazzo del  giornale Granma e anche a casa sua ad Alamar) e mi disse d'essere  certa che Gino fosse italiano. Tornato in Italia, scrissi un  trafiletto sulla rivista dell'Associazione Italia-Cuba, El Moncada,  per chiedere aiuto nelle mie ricerche su Gino.
Dopo qualche mese mi telefonò un campagno di Rovigo che mi disse di  aver conosciuto casualmente dei parenti di Gino, a Torino, ad un  pranzo con compagni piemontesi dell'Associazione Italia-Vietnam. Mi  diede tutte le dritte per rintracciare i parenti veneziani di Gino  Donè e per prima rintracciai la sorella e sua figlia Silvana.
Nel 1995 contattai le colonnelle dell'Archivio Storico della Far -  tramite la figlia di una di loro, mia collaboratrice turistica a Cuba  - che mi diedero alcune informazioni su Gino (ricavate dai dossier  degli 82 del Granma in loro custodia). E in quello stesso 1995  incontrai a Cuba il granmista Jesús Montané che mi parlò di Gino «el 
Italiano».
Nel 1996 andai a Noventa di Piave (presso Venezia) a trovare i  parenti di Gino. Divenni amico, in tal modo, delle sue varie nipoti:  Silvana, Erika, Elisa ecc. Negli anni a cavallo dell'anno 2000 passai  foto e notizie di Gino al quotidiano veneziano La Nuova Venezia, che  pubblicò per la prima volta la nota biografica su di lui. Nel corso  del 2000, dopo aver letto l'articolo sul giornale veneziano, Maurizio  Chierici si mise in contatto con la famiglia di Gino e si recò in  Florida per intervistarlo e fotografarlo. Chierici ha poi partecipato 
a un Seminario della Fondazione Guevara (Firenze, febbraio del 2002), 
in cui ha raccontato di persona il suo incontro con Gino.

Ricordo di Gino Donè, “el italiano del Granma”

Nella notte tra sabato 22 e domenica 23 marzo 2008, a San Donà di Piave (Venezia), si è spento nel sonno Gino Donè Paro, “ el italiano del Granma ”.

Con lui se ne va un pezzo di Storia e di leggenda.   Nato il 18 maggio 1924 a Monastier di Treviso, dopo aver combattuto come partigiano tra le file della Resistenza nella laguna veneziana, è stato l'unico europeo a partecipare alla Rivoluzione cubana. 

Finita la Seconda Guerra Mondiale, spinto dalle condizioni di necessità, emigra nel continente americano e, passando prima per il Canada, nel 1951 si ritrova nella capitale cubana, a L'Avana, a lavorare come tecnico carpentiere alla costruzione dell'allora Grande Plaza Civica , che diverrà poi la celebre Plaza de la Revolución .

 

Nel 1952 conosce e si fidanza con la cubana Norma Albertina Turino Guerra, che sposerà 2 anni dopo, giovane rivoluzionaria di Trinidad amica di Aleida March (che, a sua volta, diverrà la seconda moglie di Ernesto “ Che ” Guevara).

Abituato a lottare, come antifascista, contro le ingiustizie, gli abusi e i maltrattamenti e a difendere le cause nobili, non gli risulta difficile capire la realtà cubana, nel mezzo della tirannia di Batista, né identificarsi con i veri patrioti.

Quale integrante del Movimento “2 6 de Julio ” (indicato, in sigla, come “ M-26-7 ” , dalla storica data del 26 luglio 1953 dell'eroico assalto castrista alla Caserma Moncada a Santiago de Cuba) , nella tempestosa notte tra il 24 e il 25 novembre del 1956 s'imbarca tra gli 82 ribelli del battello “ Granma ” (contrazione dal nome inglese “ Grandmother ” dato dal precedente proprietario) che, con pioggia battente e mare mosso, parte dal porto fluviale alla foce del rio Tuxpan (Messico) alla volta di Cuba, dando inizio all'epica spedizione rivoluzionaria dei " barbudos " .

 

 battello Granma, foto internet

Quella notte la Capitaneria di porto aveva proibito la navigazione, ma già si era in ritardo sui tempi, si rischiava di far saltare appoggi e coordinamento con la struttura della resistenza a Cuba, il Movimento 26 Luglio, e c'era il rischio che fossero scoperti dagli agenti di Batista.   Insomma, si doveva assolutamente salpare.

Con due anni in più di Fidel e quattro del Che e alle spalle l'esperienza combattente partigiana, “ El italiano ” (così era chiamato) aveva compiti d'istruttore militare.   Sulla piccola imbarcazione (che avrebbe potuto trasportare al massimo una ventina di persone ma che, invece, era stracolma di corpi stipati) il suo grado militare (solo nominale) era quello di tenente del Terzo Plotone, comandato dal capitano Raúl, fratello di Fidel.

Gli 82 spedizionieri sbarcano (o meglio, si arenano) già provati, dopo una penosa traversata di 7 giorni (invece dei tre previsti, a causa delle pessime condizioni del mare e del pericoloso sovraccarico umano del natante), il 2 dicembre, nell'Oriente cubano, nei pressi di Niquero, a Las Coloradas, in una zona paludosa impraticabile popolata da fitti grovigli di mangrovie, ove le condizioni erano assolutamente proibitive per il desembarco , tanto da dover abbandonare anche parte dell'equipaggiamento.

Nel tentativo di trovare rifugio sulle vicine alture, vengono quasi immediatamente individuati e subiscono una disastrosa decimazione per opera delle soverchianti forze dell'esercito batistiano, che li attacca subito con l'appoggio di aerei e carri blindati nell'agguato di Alegría de Pío (nome beffardo per un massacro).   Lì si disintegra il gruppo.   Alcuni perdono la vita, altri cadono prigionieri e poi sono assassinati.   La maggioranza prende direzioni differenti, secondo le circostanze.   Dopo qualche giorno, un piccolo nucleo di pochi uomini riesce a riunirsi per organizzare la lotta nella Sierra Maestra.

Gino torna segretamente a Santa Clara , ove nel Natale 1956 partecipa ad azioni di sabotaggio contro postazioni militari, insieme con Aleida March.   E' conosciuto dagli sbirri della tirannia, la sua vita è ormai in pericolo, per cui nel gennaio 1957 lascia Cuba in clandestinità, diretto in Messico.   Grazie alla sua esperienza come marinaio, lavora sulle navi, gira per vari Paesi come il Venezuela, la Grecia e il Vietnam.   

Vuole però ritornare a Cuba dall'amata moglie Norma e, nel 1958, sbarca al porto di Cienfuegos.   Immediatamente si dirige a Trinidad; pur sapendo che numerosi delatori lo conoscono e possono denunciarlo.   Cerca di entrare in contatto con il Che , che era nel vicino Escambray.   I soldati di Batista lo cercano nel villaggio di Jíquima de Alfonso, ove il suocero aveva una coltivazione di tabacco, ma riesce a scampare alla cattura.   Spiega a Norma che è costretto ad andare via dal Paese perché la dittatura lo sta cercando in ogni luogo e le propone di andare via insieme, ma lei gli spiega che non può abbandonare la sua famiglia, né i compagni del Movimento.   Salpa, allora, da Nuevitas per gli Stati Uniti, con la stessa nave con cui era arrivato dal Messico, e n on rivedrà mai più la moglie, dalla quale divorzia per ragioni di sicurezza.

Negli Stati Uniti comincia una nuova vita e lavora come tassista, imbianchino, decoratore, cameriere.   Il 1° gennaio 1959 trionfa la Rivoluzione cubana , costringendo alla fuga il dittatore Fulgencio Batista.   Gino, che si trova a New York, apprende la notizia alla radio, festeggiando con gioia.   Sollecita il visto d'ingresso a Cuba ma gli viene negato, perché esiste una legge che priva di residenza chi permane per più di un anno all'estero.   Da sempre uomo schivo e riservato , davvero modesto, che non ama parlare di sé e neppure, tanto meno, esaltare le proprie imprese, decide di non raccontare la sua storia al nuovo Console cubano.

Si sposa, in seconde nozze, con la portoricana Tony Antonia (conosciuta proprio attraverso Norma), con la quale, successivamente, si trasferisce in Florida.   Dopo molti anni trascorsi nell'ombra, stabilisce un contatto con alcuni vecchi compagni di lotta.   Nel 1995 torna a Cuba, della quale (pur amando l'Italia) si sente sempre parte, come figlio adottivo.

Senza figli e due volte vedovo, dal 2003 era andato a vivere a San Donà di Piave, in provincia di Venezia, vicino alle nipoti.   Sino alla fine ha cercato di proteggere i ricordi e la sua storia da qualsiasi tentativo di spettacolarizzazione.     

 


Una recente foto di Gino Donè alla Casa dell'Amicizia de L'Avana

 

 

 La sera del 9 novembre del 2005 avevo incontrato Gino Donè a Vado Ligure (Savona), nell'ambito di un'iniziativa organizzata dall'Associazione Italia-Cuba, circolo Granma di Celle Ligure, Varazze e Cogoleto.   Dopo aver cenato insieme, alla cubana, abbiamo conversato a tu per tu, a più riprese, parlando amichevolmente come se ci fossimo conosciuti da sempre.   Dai modi semplici e assai discreti , era una persona che trasmetteva da subito cordialità e simpatia, ma nello stesso tempo denotava una straordinario spessore etico e profondità di pensiero.

Riferiva sui fatti storici che aveva vissuto in prima persona e di cui, anzi, era stato protagonista come un uomo qualunque avrebbe potuto raccontare il suo ultimo fine settimana.   Portava i suoi anni (che allora erano già 81) come un giovanotto, conservando nello spirito un entusiasmo e una curiosità giovanile, da eterno ragazzo.   Ricordo che esprimeva, con lucida intelligenza, una visione di portata globale degli avvenimenti politici e sociali dei nostri giorni, storici e contemporanei, che commentavamo insieme.

Era stato, nella sua vita, un vero uomo d'azione, che raccontava di rimpiangere di non aver potuto studiare.   Alle domande dirette su di lui, sulla sua straordinaria testimonianza storica, preferiva rispondere evasivamente, dicendo, modestamente, di essere molto più interessato alle nostre vite.    Lo Stato italiano gli ha negato la cittadinanza, per molti anni l'avevano addirittura già dato per morto, tanto da intitolargli anche sezioni di partito e circoli culturali.

Quella sera ci siamo fumati insieme 2 o 3 sigarette Popular che mi ero portato tornando da Cuba il giorno prima.   Alla fine della serata, nel congedarci uscendo dal locale, con l'allegra bonarietà da popolano veneto ha bevuto il vino dalla bottiglia che mi aveva regalato Roberto Casella, il segretario della sez. Granma che ha organizzato l'incontro e a cui sono ancora oggi grato per avermi offerto un'occasione indimenticabile d'incontrare personalmente quest'uomo.

Ma più di tutti vorrei ringraziare Gino per tutto quello che ha fatto nella sua vita, disinteressatamente, rinunciando agli onori, alla gloria e agli agi di una sicura e comoda carriera da burocrate, non smettendo, invece, mai di lottare, con abnegazione, in tutti i tentativi di ricerca della libertà, contro ogni oppressione.

Simbolo di ribellione al le ingiustizie , indipendentemente dalle proprie idee politiche, l ascia in eredità uno straordinario insegnamento di sobrietà e coerenza etica a tutti noi, uomini e donne del nostro tempo, in un mondo in cui tutti cercano, con ogni mezzo, di apparire, immersi come siamo in un sistema che ci stordisce di bisogni artificiali per farci dimenticare i bisogni reali , per dirla con le parole dello scrittore uruguayano Eduardo Galeano.

Ciao, Gino… Hasta la victoria siempre!

 

Aldo Garuti

 

Gino Donè, un volto hemingwaiano

 

 

"... soprattutto siate sempre capaci di sentire nel profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo ."   (Che Guevara)

 

Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi.  Ci sono altri che lottano un anno e sono più bravi.  Ci sono quelli che lottano molti anni e sono ancora più bravi.  Però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli imprescindibili. ”  (Bertolt Brecht)

 

 

Si può vederlo e ascoltarne la voce nel video (durata: 8'10”) “ Gino Donè e la rivoluzione ” al link http://www.youtube.com/watch?v=Az8GNV41Msg