Bolivia: cosa è in gioco col referendum revocatorio di domenica
Domenica 10 agosto si realizzerà in Bolivia il referendum revocatorio. Le dieci cariche più importanti del paese, presidente, vicepresidente e otto dei nove prefetti (governatori) saranno sottoposte ad un referendum popolare che confermerà o meno il loro incarico.
Si vota in un contesto caotico e con il pericolo reale di un colpo di stato organizzato dai prefetti dell'opposizione. Questa ha tentato fino all'ultimo di evitare un referendum che può essere la chiave di volta del processo diretto da Evo Morales. Da lunedì il cambiamento in Bolivia si fermerà definitivamente o accelererà.
Ricordate Salvador Allende? Il golpe in Cile non si doveva realizzare l'11 settembre ma il giorno dopo, il 12 settembre 1973. Ma quando il traditore Augusto Pinochet seppe che il giorno 11 Allende avrebbe annunciato al paese che si sarebbe tenuto un referendum popolare sul suo mandato, e se avesse perso si sarebbe dimesso in pace e in democrazia, decise di anticipare il colpo di stato. Era evidente ad ogni persona informata dei fatti, che il popolo era con Don Salvador e che questo sarebbe uscito infinitamente rafforzato dal referendum, rispetto all'opposizione e rispetto alla sua litigiosa maggioranza.
Il golpe in Cile avvenne quindi innanzitutto per evitare il referendum e, anche adesso in Bolivia, l'opposizione al governo popolare, dopo aver preteso il revocatorio contro un governo secondo loro delegittimato, ha cambiato idea. Da allora Ricardo Bajo ha contato addirittura trenta diverse strategie dell'opposizione per impedire il referendum. Sono arrivati a sostenere che “votare è antidemocratico”. Adesso non resta loro che la violenza perché il revocatorio non si tenga. Il giorno sei il Presidente non ha potuto commemorare nella città di Sucre l'anniversario dell'indipendenza e i presidenti amici di Argentina e Venezuela, Cristina Fernández e Hugo Chávez, sono stati costretti a rinunciare all'ultimo momento ad una visita di stato in appoggio al presidente. Il giorno dopo è stato impedito al presidente della Repubblica di uscire dall'aeroporto di Santa Cruz (la provincia dove l'opposizione è più forte) e neanche nel capoluogo del dipartimento di Beni, Trinidad, gli è stato permesso di parlare. Mentre continui scontri segnano di sangue la vigilia, tali fatti testimoniano da un lato di un'opposizione eversiva contro l'indio presidente, dall'altro della persistente fragilità dello Stato e di conseguenza del governo nel controllo del territorio.
Il fatto è che, come in Cile nel 1973, anche in Bolivia è evidente che le masse sono con Evo Morales e non ci sono sondaggi che temono che Evo possa perdere il revocatorio di domenica.
Ma non è il mandato di pochi governatori o dello stesso presidente la cosa più importante che è in gioco domenica in Bolivia. La cosa più importante è che, comunque vada, il revocatorio toglierà la Bolivia dall'impasse istituzionale nella quale si trova da mesi.
Dopo il revocatorio, se il governo sarà riconfermato, si voterà e con ogni probabilità si approverà la nuova Costituzione. Questa sarà lo strumento fondamentale con il quale uno Stato fondato sull'apartheid e l'esclusione sociale, si trasformerà in uno stato plurale con pari diritti e pari dignità per tutti i boliviani e dove l'egemonia si sposterà gramscianamente a favore del popolo. E' con tale mandato che Evo Morales è stato eletto: non quello di governare, ma di cambiare il paese. Da lì in avanti tutto sarà possibile, a cominciare dallo smantellamento dell'immenso latifondo e delle sacche di lavoro servile e schiavo ancora presenti nel paese, soprattutto nelle regioni più ricche come Santa Cruz. Tutto sarà possibile con il superamento dei rapporti di produzione neoliberali per un progetto di paese che Evo Morales definisce “socialista”.
Fu proprio per impedire che la nuova Costituzione entrasse in vigore che l'opposizione chiese in origine il revocatorio. Evo (che intervistammo qui ) lesse le carte e accettò la sfida. Superando il revocatorio si sbloccherà anche la situazione per il referendum Costituzionale, un ginepraio dal quale il governo stesso non aveva finora saputo uscire. E perciò che l'opposizione ha cambiato idea e da mesi si oppone con tutte le sue forze al revocatorio che aveva essa stessa chiesto. Ma il fatto che il risultato possa essere messo in discussione solo con barricate, brogli, golpe o con l'assassinio del Presidente, un'eventualità purtroppo sempre possibile in Bolivia, non implica che il referendum di domenica sia meno importante.
Il revocatorio, la costituzione e il processo in atto
Chi crede che in Bolivia non sia in atto un vero cambiamento, doveva andare sabato scorso a Huarisaca, nelle vicinanze del lago Titicaca, dove è stato firmato il decreto che istituisce le tre università indigene del paese. A Huarisaca stessa sorgerà l'università in lingua aymara. A Chimboré quella in lingua quechua, a Hipatimuri quella in lingua guaraní. Ha affermato Evo Morales che “per la prima volta nella storia i popoli indigeni, il maggiore desiderio dei quali è la conoscenza, potranno possedere la tecnologia”. Per la prima volta la maggioranza dei boliviani potrà arrivare a titoli universitari studiando nella propria lingua madre. La conoscenza, la tecnologia, il progresso, per la prima volta saranno nelle mani dei popoli nativi boliviani e non solo dei creoli.
E' solamente uno dei passaggi, simbolici e concreti allo stesso tempo, che la Bolivia fondata sull'esclusione della maggioranza indigena stia passando alla storia. E' perciò che l'opposizione, che può contare con l'aiuto incondizionato del governo degli Stati Uniti, sta giocando così pesante. Ha puntato finora tutto sulla polarizzazione del paese. Ha cercato di impedire fin dal primo momento al governo di governare. Ha puntato sulla conflittualità permanente, giocando anche sulle contraddizioni del processo, come quella di appoggiarsi su di un sindacato conservatore incapace di appoggiare lealmente il governo amico. Ha puntato sul separatismo secessionista (teorizzato dal Dipartimento di Stato di Washington come uno strumento per bloccare processi democratici sgraditi) e sulla divisione tra la regione andina tutta indigena e quella della cosiddetta mezzaluna. Le province ricche, bianche e separatiste, con le loro milizie neofasciste, si sono approvate degli statuti di autonomia illegali per mettersi al di fuori dello Stato. Tutto è stato fatto nella supposizione razzista che l'indio che aveva avuto l'ardire di diventare presidente, non abituato a governare, si sarebbe via via logorato. Non è successo.
Il cambiamento in Bolivia è già in atto ed è profondo. La nazionalizzazione degli idrocarburi, ha dato per la prima volta solidità e solvibilità allo Stato. Quando entrò in carica il governo le riserve internazionali di valuta erano di appena 1.7 miliardi di dollari. Adesso sono già di 7 miliardi. Le entrate derivate dal petrolio in poco più di due anni si sono moltiplicate per quattro, da 500 milioni a 2 miliardi di dollari l'anno.
Non solo soldi che vanno sprecati. Anzi vengono reinvestiti nelle due cose più importanti: il futuro dei bambini e la dignità degli anziani. Con il programma Juancito Pinto, un milione e 800.000 bambini, ricevono circa due euro al mese. Sembra una cifra ridicola, ma in Bolivia è sufficiente a frenare l'evasione scolastica. Con l'istituzione della Pensione di Dignità, 570.000 anziani ricevono una pensione di circa 25 Euro al mese. Causa orrore una misura del genere nei teorici del neoliberismo. Ma per quel mezzo milione di anziani, ai quali importa ben poco che i neoliberali si scandalizzino, quei 25 Euro rappresentano la differenza che passa tra una vita indegna e una vita degna.
Il ruolo dello Stato è centrale nella nuova Bolivia (e di nuovo, chi storce la bocca, ammetta che le ricette precedenti, a cominciare da quella neoliberale hanno, semplicemente, totalmente fallito provocando fame e miseria). Prima i governi fondo monetaristi aiutavano i latifondisti e le multinazionali dell'agroindustria con 150 milioni di dollari l'anno. Adesso con quei soldi lo Stato appoggia i piccoli e medi produttori locali che stanno rinascendo. Ciò che va lentamente è la riforma agraria. La Bolivia continua ad essere un paese straordinariamente iniquo. Lo 0,6% delle imprese agricole possiede il 66% delle terre mentre l'86% di queste detiene appena il 2.4% e il bracciantato è ancora il destino unico possibile di centinaia di migliaia di famiglie contadine. Di 30 milioni di ettari di terra, appena 800.000 sono stati restituiti a chi realmente la lavora. A ciò si aggiunga che le oligarchie, soprattutto a Santa Cruz, dal 1953 in avanti si sono appropriate illegalmente di almeno 50 milioni di ettari di terra. Si va così piano soprattutto per evitare il confronto violento con l'opposizione. Anche in questo la nuova Costituzione, che stabilisce un limite di 5.000 ettari per le proprietà terriere sbloccherà l'empasse.
Questa è la Bolivia governata dal 22 gennaio 2006 da Evo Morales. Un paese che per la prima volta cerca un proprio modello di sviluppo diverso da quello capitalista. Un paese dove, con l'aiuto dei medici cubani e l'appoggio del Venezuela, sono oggi garantite ai più poveri 15 milioni di prestazioni sanitarie gratuite l'anno, e dove 250.000 persone hanno riacquistato la vista con operazioni a volte semplici e gratuite come quella di cataratta. Persone che durante l'epoca neoliberale erano semplicemente condannate alla cecità perché non in grado di pagare. Un paese dove si sta conducendo una battaglia senza quartiere all'analfabetismo. Un paese che è pienamente parte di un processo emancipatore, quello dell'integrazione latinoamericana, di autonomia economica e culturale, e di sviluppo democratico ed ecosostenibile che ha alla base la riduzione radicale dell'esclusione sociale che è il tratto più tipico del modello di sviluppo latinoamericano post-coloniale e poi neoliberale.
Alla chiusura di questo articolo, nonostante i gravi timori di golpe, è scontato che Evo Morales sarà riconfermato presidente, ed è probabile che i prefetti dell'opposizione di La Paz, Cochabamba e Pando vengano rimossi dal loro incarico. Si passerebbe così dall'accerchiamento del governo, voluto in questi anni dall'opposizione all'accerchiamento delle oligarchie di Santa Cruz con i movimenti sociali boliviani, che non hanno mai abbassato la guardia in questi anni, come punta di diamante della controffensiva. Anche in Bolivia, da lunedì, il potere potrebbe logorare chi non ce l'ha.
Evo Morales è stato confermato presidente della Bolivia
Evo Morales è stato confermato presidente della Bolivia con uno straordinario 63% dei voti. E' questo il risultato più importante del referendum revocatorio tenutosi domenica in Bolivia. Con lui sono stati riconfermati cinque prefetti mentre cadono quelli di La Paz e Cochabamba (finora in mano all'opposizione) e di Oruro (della maggioranza). Il prefetto di Cochabamba, Manfred Reyes Villa, non accetta il risultato.
La ratifica di Evo Morales in Bolivia
Il presidente boliviano, Evo Morales, è stato ratificato nel referendum revocatorio che si svolto domenica 10 in Bolivia con più del 60% dei voti, hanno reso noto i media e le agenzie di stampa.
Il presidente ha definito un successo la consultazione popolare ed ha elogiato il comportamento della cittadinanza.
In una dichiarazione fatta in una sede sindacale nella città centrale di Cochabamba, Morales, che aveva votato nela regione “ cocalera “ del Chapare ha detto: “Abbiamo visto quel che pensa il popolo boliviano, che marcia verso la democrazia a vuole approfondire il processo di cambio”.
Gli osservatori ufficiali elettorali nazionali e internazionali hanno sottolineato la trasparenza del processo elettorale, ha precisato l'agenzia ABN.
La vittoria nelle urne del presidente e del vicepresidente della Bolivia, Evo Morales e Alvaro García, rispettivamente, rafforza la strategia di consolidamento della nuova Costituzione dello Stato in un gran patto d'accordo nazionale.
Nel referendum revocatorio, inedito nella storia del paese, sonostai confermati nel loro ruolo i governatori di Santa Cruz, Pando, Beni e Tarija (la Mezza Luna), che si oppongono all' Esecutivo, e quello di Potosí, alleato di Morales.
Non hanno ricevuto l'appoggio della popolazione i prefetti di Oruro, La Paz e Cochabamba.
In accordo alle norme boliviane, corrisponde ora all'Esecutivo designare prefetti interini in questi tre territori e poi convocare elezioni generali in queste regioni.
Il trionfo nella consultazione della gestione di due anni e mezzo di Morales è stato riconosciuto da legislatori, ministri di stato, prefetti e autorità elettorali.
In accordo con il vicepresidente García, il plebiscito ha marcato l'inizio di una nuova tappa democratica e con questa votazione il popolo non dovrà aspettare il termine di cinque anni d'incarico perchè i suoi dirigenti rendano contro della loro gestione e i leader ora sanno che in qualsiasi momento possono essere sottoposti a un giudizio popolare.
Evo ha terminato il suo discorso dopo la vittoria gridando: “Patria o Muerte”.
(Traduzione Granma Int.)
La Bolivia avanza verso un patto di accordo nazionale
La Paz, 11 ago (Prensa Latina) La vittoria alle urne del presidente e del vice presidente della Bolivia, Evo Morales ed Alvaro Garcia, rispettivamente, rinforza la strategia di consolidare la nuova Costituzione dello Stato in un grande patto di accordo nazionale.
Nel referendum revocatorio, inedito nella storia di questo paese andino, sono stati confermati anche nelle loro cariche i governatori di Santa Cruz, Pando, Beni e Tarija (Mezza Luna), oppositori al governo, e quello di Potosì, alleato di Morales.
D'altra parte, non hanno ricevuto l'appoggio della popolazione per continuare nelle loro funzioni i prefetti di Oruro, La Paz e Cochabamba.
D'accordo alle norme boliviane, corrisponde ora al governo designare i prefetti interini in questi tre territori e poi convocare alle elezioni generali in queste regioni.
Lo stesso capo di Stato in un messaggio alla nazione, salutò la decisione di rinnovare gli spazi democratici, dove “il popolo non può scegliere solo le sue autorità, ma anche ratificarle o revocarle”.
Ugualmente, rimarcò che chi ha appoggiato la sua continuità e quella del vice mandatario hanno dimostrato il loro appoggio al processo di trasformazione spinto dal suo governo nel gennaio del 2006.
Reiterò, inoltre, la volontà di proseguire il consolidamento di questo programma, che promuove il recupero delle risorse naturali e delle imprese statali, oltre alla nazionalizzazione.
Lo statista assicurò che è un obbligo del suo Gabinetto, insieme ai dirigenti regionali e locali, garantire l'avanzamento del progetto rinnovatore.
Ugualmente li sollecitò ad aderire a “questa rivoluzione democratica per nazionalizzare ancora di più le risorse naturali; questo è quello che ha chiesto il popolo boliviano”.
Morales risaltò inoltre il ruolo della coscienza popolare nel futuro immediato del paese, unico elemento che, secondo lui, salverà la nazione.
Il governante enfatizzò sul fatto che la lotta attuale non cerca solo di rispondere alle antiche domande dei settori più poveri, ma bensì rendere degni tutti i boliviani, cosa che considerò primordiale.
Il trionfo nella consultazione della gestione di due anni e mezzo di Morales è stato riconosciuto dai legislatori, dai ministri di Stato, dai prefetti dipartimentali ed autorità elettorali.
D'accordo col vicepresidente Garcia, il plebiscito segna l'inizio di una nuova tappa democratica.
Con questa votazione il paese non deve aspettare i cinque anni di mandato affinché i suoi dirigenti rendano conto della loro gestione, ed i leader sanno che in qualunque momento possono essere sottomessi al criterio popolare, ha detto.
Inoltre, espresse il suo orgoglio che oggi la Bolivia possa espandere questo esercizio per tutto il suo territorio, come una via per risolvere il complesso panorama politico.
La confermazione dei due leadership, ha detto, come la ratifica di quattro governatori oppositori, obbliga inoltre a consolidare il processo di avvicinamento per perfezionare la nuova Magna Carta, compreso l'appello degli statuti autonomisti.
Quei titoli in malafede sulla presunta vittoria a metà di Evo Morales
Avrete visto in giro, da Repubblica al Corriere i titoli sulla presunta “vittoria a metà” di Evo Morales in Bolivia. Per capirci è come se, dopo le politiche italiane di aprile, un giornale coreano o uzbeko avesse titolato “Berlusconi: vittoria a metà” perchè in Umbria o in Toscana ha vinto il centrosinistra.
Come scrivo nel pezzo in esclusiva per Latinoamerica, che sarà online a secondi, quello di Evo Morales è un trionfo politico e un plebiscito personale. Nessuno aveva previsto che l'indio riuscisse a guadagnare un ulteriore 10% di consenso portandosi dal 54 al 64% dei voti. E' quello stesso indo che, negli slogan della destra, considerata pietosamente “l'opposizione democratica” dal governo degli Stati Uniti che la finanzia e dalla grande stampa internazionale, deve essere “ammazzato” (”tumbar el indio” quello vuol dire).
Alcuni giornali hanno perfino fatto finta di non vedere che un terzo dei prefetti oppositori abbiano perso e siano stati revocati e considerano un pareggio il fatto che a Santa Cruz sia stato confermato un governatore eversore che impedisce con la forza e la minaccia al presidente costituzionale di circolare liberamente nella regione.
Ma anche sul carattere apertamente eversivo dell'opposizione non si trova una virgola sui grandi giornali. Alcuni giornali, di quelli che si allineano alla posizione ufficiale della NATO sull'inviolabilità del territorio della Georgia presieduta dal bandito internazionale Mikheil Saakashvili, sono gli stessi che appoggiano il secessionismo strisciante in Bolivia contro l'indio da ammazzare e deridono e calunniano il processo di integrazione latinoamericano sotto gli occhi di tutti. Se fossero persone decenti dovrebbero spiegare perchè quello che è desiderabile per Santa Cruz è criminale per l'Ossetia. Ma nei grandi giornali di persone decenti ne restano ben poche.
I grandi giornali sono oramai stati così drogati dall'era Bush, nella quale, come al tempo dei totalitarismi, la volontà del più forte si impone con la forza, da non riuscire neanche più a capire che la democrazia è fatta di mediazione. E anche qui le cose sono chiare. Da una parte c'è di nuovo la mano tesa del governo di Evo Morales per cercare di trovare un accordo per salvaguardare l'unità del paese, dall'altra c'è il rifiuto totale di cambiare alcunché perchè l'obbiettivo è solo “ammazzare l'indio” in un modo o nell'altro, anche a prezzo della distruzione del paese.
E' così cinicamente brutale la grande stampa da considerare una vittoria a metà il 64% dei voti (preso oltretutto da Davide contro Golia). Per essere considerata una vittoria piena Morales doveva forse prendere il 99% dei voti? E allora avrebbero parlato di vittoria bulgara del dittatore.
Se il governo legittimo e legittimato (anzi, plebiscitato) dovesse decidere di ristabilire l'ordine in Bolivia, per permettere la libera circolazione dei cittadini (a partire dal presidente) nel paese, oppure fermare la mano dello squadrismo neofascista della UJC (Unione della Gioventù Cruceña), o colpire lo schiavismo ancora vigente nei latifondi, e iniziare a stabilire dei rapporti di produzione non premoderni, sappiamo già come la stampa reagirebbe. Fanno finta di essere equanimi e equidistanti, ma in casi come quello boliviano, la ragione sta da una parte sola e anche stare a metà strada è una colpa. (da Giornalismo Partecipativo)
UN PLEBISCITO PER EVO MORALES IN BOLIVIA
Gennaro Carotenuto
(12 agosto 2008)
Ha governato per 30 mesi avendo tutti i media del paese contro. Ha governato per due anni e mezzo con l’Ambasciata degli Stati Uniti tramandogli contro e con un’opposizione eversiva e razzista che considera intollerabile che lui, un indio, governi il paese. Gli hanno impedito di fare campagna elettorale, e minacciandolo costantemente di morte, perfino di entrare in varie regioni. Eppure lui, Evo Morales, il presidente indigeno della Bolivia, ha aumentato di quasi mezzo milione i voti presi nel 2005, passando da un già straordinario 54% a un plebiscitario 64% di consensi (alla fine sarà di quasi 68%).
Se si pensa che, nel solo anno 2007, l’agenzia governativa statunitense USAID ha speso 124 milioni di dollari per destabilizzare il governo boliviano, finanziare l’opposizione, e fomentare la secessione, il risultato del referendum revocatorio di domenica in Bolivia, che ha visto riconfermare Evo Morales addirittura aumentando del 10% i propri voti, rappresenta un risultato storico per il paese e per tutta l’America latina integrazionista. Ancora una volta nel Continente, il potere dei soldi, la volontà delle multinazionali e di governi come quello statunitense o spagnolo e il controllo totale dei media da parte delle oligarchie locali, non ha potuto trionfare.
Evo Morales perciò esce dal referendum revocatorio indubbiamente rafforzato sia politicamente che come leader nazionale e regionale. L’opposizione, che ha fatto dell’autonomismo la foglia di fico dietro la quale conservare i privilegi delle minoranze bianche e ricche, ha perso due dei sei prefetti (governatori ) che aveva, vedendo circoscritta almeno parzialmente la sua area di influenza.
Tuttavia, l’opposizione stessa ha immediatamente rilanciato, dimostrato che non intende fare un solo passo indietro e che il lugubre slogan di “tumbar el indio”, “seppellire l’indio”, continua ad essere il cuore, se non l’unico punto, del proprio programma politico. Mentre il presidente Morales tende la mano ai prefetti confermati, invitandoli a garantire la legalità e a trovare la maniera di conciliare gli statuti autonomisti (illegali) con la nuova Costituzione approvata dall’Assemblea costituente, dall’opposizione i toni sono tutt’altro che concilianti. Il prefetto di Cochabamba, che è tra i revocati dal voto popolare, si rifiuta di riconoscere il risultato e apre una crisi potenzialmente violenta per la propria rimozione. Quello di Santa Cruz, che invece è stato riconfermato, prepara un corpo di polizia autonomo imperniato sulle bande neofasciste della Unión de la Juventud Cruceña (UJC) e intima al governo di non fare alcun passo per far entrare in vigore la nuova costituzione. Sarebbe la secessione strisciante.
A questo punto è evidente che la maggioranza è di fronte alla necessità di ristabilire comunque la legalità repubblicana rispetto all’eversione rappresentata da un’opposizione che lavora per il Re di Prussia statunitense per dividere il paese e impedire il cambiamento democratico. E’ necessario far valere il risultato straordinario del referendum revocatorio, che dimostra che Evo Morales è il presidente di tutti i boliviani e che ha dalla sua uno straordinario appoggio popolare, e avanzare con l’entrata in vigore della nuova Costituzione che sposterà gli equilibri e permetterà la riforma agraria e la redistribuzione delle rendite delle principali ricchezze del paese.
Un presidente che di fronte alla violenza generalizzata della destra rinuncia a poter viaggiare in varie regioni del paese (che è quello che è successo in questa campagna elettorale) resta un presidente dimezzato. I movimenti sociali, le grandi maggioranze, la piazza è con Evo. Il revocatorio ha dimostrato che è giunto il momento della controffensiva.
fonte http://www.gennarocarotenuto.it
Quattro governatori accettano di dialogare con il governo boliviano
La Paz, 13 ago (Prensa Latina) In una repentina decisione dell'oppositore Consiglio Nazionale Democratico (CONALDE), quattro dei prefetti membri hanno accettato di dialogare col governo boliviano.
Con una risoluzione emessa questo mercoledì, i governatori di Tarija, Mario Cossio; di Pando, Leopoldo Fernandez; di Beni, Ernesto Suarez; e di Chuquisaca, Savina Cuellar, decisero di viaggiare a La Paz per iniziare queste conversazioni, spinte dal governo.
Solo il prefetto di Santa Cruz, Ruben Costas, si giustificò per non assistere a questo incontro e nominò una delegazione.
Costas segnalò che doveva partecipare ad un sciopero della fame in richiesta delle tasse petroliere per le opere da svolgersi solo in questa regione orientale.
Nel CONALDE dovevano considerare i risultati del referendum revocatorio della scorsa domenica, nel quale il presidente Evo Morales, ora col 94% dei voti già scrutinati, elevò il suo appoggio a quasi il 68%.
Antecedentemente, le autorità di Pando, Beni, Santa Cruz, Tarija e Chuquisaca avevano declinato la loro presenza a questo appuntamento, che doveva incominciare stamattina nel Palazzo Quemado.
Alla fine, alla riunione convocata a La Paz, si presentarono solo i prefetti confermati di Potosí, Mario Virreira; e di Oruro, Alberto Aguilar, alleati del governante Movimento al Socialismo.
Davanti a questa situazione, Morales delegò cinque dei suoi ministri affinché accorrano ai dipartimenti di Santa Cruz, Pando, Beni, Tarija e Chuquisaca per stabilire le basi di un'agenda di dialogo.
Dopo gli ultimi sviluppi, il ministro della Difesa, Walker San Miguel, sarebbe l'addetto di contattare con l'autorità di Santa Cruz, Ruben Costas; e ora sarà l'unico che dovrà viaggiare a Santa Cruz per raccogliere le iniziative, le preoccupazioni e le proposte del prefetto Costas e cercare di ottenere un intesa.