SPECIALE FARC aggiornato al 18/07/08

L'omicidio mirato di Raúl Reyes e la crisi tra Colombia, Ecuador e Venezuela

Quello di Raúl Reyes, il numero 2 delle FARC, ucciso in territorio ecuadoriano dall'esercito colombiano, è nella sostanza un omicidio mirato dello stesso tipo di quelli commessi dal Mossad e da Tsahal in Cisgiordania e a Gaza.

di Gennaro Carotenuto

Tra le FARC e lo Stato colombiano esiste da decenni uno stato di belligeranza che rende legittimo da parte dell'esercito l'uso della forza contro la guerriglia, ma la morte di Raúl Reyes e di altri 16 guerriglieri è ingiustificabile per due motivi:

1) perché avviene in territorio ecuadoriano, in flagrante violazione del diritto internazionale.

2) perché avviene in appoggio alla decisione del governo colombiano di far fallire ogni dialogo con la guerriglia dopo la liberazione unilaterale di quattro sequestrati sotto i buoni uffici del presidente venezuelano Hugo Chávez.

Così l'azione dell'esercito colombiano è per il diritto un attacco contro Quito ma politicamente è un attacco contro Caracas, giustificando la dura reazione del governo bolivariano, oltre che di quello di Rafael Correa (nella foto), che hanno ritirato i rispettivi ambasciatori e rinforzato le rispettive frontiere con la Colombia.

Álvaro Uribe (e dietro di lui Washington), temendo di vedersi messo in un angolo da parte dell'azione diplomatica del Venezuela e degli altri governi integrazionisti latinoamericani, ha replicato ad un'azione di pace con un'azione di guerra.

Ma al di là del giudizio di merito, l'azione di forza ridà l'iniziativa a Uribe, sostiene il partito della guerra senza quartiere, il suo, e può far scrivere nell'editoriale di El Tiempo di oggi che la morte di Raúl Reyes, primo caduta in battaglia (in realtà ucciso nel sonno, con l'aiuto di strumenti tecnologici di una potenza straniera, come ha accusato Correa) di un membro del Segretariato delle FARC, sia “l'inizio della fine” per questa organizzazione.

E' evidente che, se l'iniziativa dovesse rimanere nelle mani di Uribe, non sarebbe l'inizio della fine ma “la fine” tout court per Ingrid Betancourt e gli altri sequestrati. Lo ha confermato la famiglia Betancourt che una volta di più ha attaccato duramente il presidente colombiano, definendo l'azione che ha portato alla morte di Reyes “un sabotaggio da parte di Uribe per impedire la liberazione di Ingrid Betancourt e degli altri ostaggi” .

Ancora più dura è stata la senatrice colombiana Piedad Cordoba che, ricordando che Raúl Reyes era l'uomo della trattativa, ha definito l'azione ordinata da Uribe come “un gesto premeditato contro la pace” .

La comunità internazionale deve continuare a far pesare su Bogotà (e Washington) la responsabilità politica di questa scelta. Da anni, perfino da prima dell'arrivo al governo di Caracas dei bolivariani, gli Stati Uniti hanno puntato sul Plan Colombia per destabilizzare il continente. Oggi quell'investimento (miliardi di dollari l'anno) può fruttare per destabilizzare una regione e paesi come il Venezuela, l'Ecuador, la Bolivia e il Brasile stesso, che non rispondono più come Washington vorrebbe.

Per evitare tale destabilizzazione, che rende possibili veri e propri conflitti armati nel continente più pacifico del mondo, è necessario, in queste ore non facili, mantenere il sangue freddo e continuare ad appoggiare il processo di pace in Colombia.

Quello stesso processo di pace che i governi integrazionisti, che oggi temono per la sicurezza delle loro frontiere, violabile da una Colombia armata fino ai denti dagli Stati Uniti, stanno portando avanti. Quello stesso processo di pace che, secondo la stessa famiglia Betancourt e la senatrice Piedad Cordoba, Álvaro Uribe ha voluto sabotare uccidendo Reyes. Quello stesso processo di pace che, laddove fallisse, incendierebbe l'intera regione.

 

Colombia:

aiuto Usa in attacco a Farc, ministro Ecuador

 

Quito - Senza l'assistenza e forse la partecipazione degli Usa la Colombia non avrebbe mai potuto realizzare l'attacco notturno in Ecuador che portò alla morte del 'numero 2' delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc). Lo ha sostenuto il ministro della Difesa ecuadoriano, Wellington Sandoval.

In una intervista con l'emittente televisiva Canal Uno, Sandoval ha ripetuto un concetto da lui espresso in precedenza, e cioé che "nessun esercito latinoamericano dispone della tecnologia so fisticata utilizzata per l'attacco alla base della guerriglia".

Invitato dal giornalista a precisare se quindi si debba parlare di un intervento degli Stati Uniti, Sandoval ha risposto: "Questo lo ha detto lei", aggiungendo che l'operazione è stata fatta da forze colombiane con mezzi che la Colombia possiede grazie all'aiuto economico e tecnologico dato dagli Usa al governo di Bogotà.

"Sul posto - ha quindi detto - hanno lanciato più o meno cinque bombe. Gli ordigni, che si trovavano in un diametro non maggiore a 50 metri, sono stati lanciati di notte, con una precisione impressionante. Normalmente sono le 'Smart Bombs' (bombe intelligenti) di cui dispongono gli Stati Uniti. E' una bomba che, lanciata di notte da aerei a grande velocità, colpisce un bersaglio con un margine di errore di un metro".

 

La sesta vita di Ingrid Betancourt

Il primo pensiero è di allegria, allegria per Ingrid Betancourt e per gli altri 14 sequestrati liberati, tra i quali tre mercenari statunitensi, che in qualunque altro conflitto al mondo sarebbero stati da tempo passati per le armi.

Il secondo pensiero è perchè non si spenga la luce sulle centinaia di ostaggi che restano nella selva nelle mani delle FARC. Si vedrà se l'interesse dei benpensanti europei per la selva colombiana era genuino o era solo figlio del colonialismo mentale e razzista con il quale l'Europa guarda ai drammi del Sud del mondo. Se le luci sulla selva si spegneranno dovremo amaramente concludere una volta di più che è così, che la benpensante Europa si mobilita solo se qualcuno buca lo schermo. Altrimenti se ne frega.

Di Gennaro Carotenuto

Il terzo pensiero è per Álvaro Uribe, apparente trionfatore della giornata di oggi. La giornata per lui si era aperta nel peggiore dei modi, come si era aperta la settimana, il mese, l'anno. La Corte Suprema, con parole insolitamente dure, aveva preteso il rispetto delle proprie decisioni da parte del Presidente che non accetta che la sua stessa rielezione, nel 2006, sia stata viziata dalla corruzione nella forma e nella sostanza e che potrebbe perfino essere annullata.

Se è presumibile che l'azione sia stata preparata nel tempo, è evidente che la stessa sia stata giocata alla disperata ricerca di un successo personale. Per fortuna è andata bene, ma ciò non sposta i termini della questione, anzi se è possibile, se è dovuto ricorrere a giocarsi tutto con la liberazione di Ingrid, avendo fatto sempre di tutto per evitarla in passato, la vittoria di Uribe potrebbe essere la vittoria di un Pirro disperato.

Il quarto pensiero è per le FARC. E' difficile non pensarle indebolite politicamente e militarmente. E' difficile pensare alle FARC come chi tiene alta la bandiera di milioni di esclusi colombiani. E' difficile non pensare che le FARC da anni sono oramai la scusa per i paramilitari per appropriarsi delle terre e consegnarle alle multinazionali. Ma allo stesso tempo è difficile pensare alla liquidazione delle FARC come un processo indolore e possibile, in una Colombia dove l'ingiustizia è causa della guerriglia e non viceversa.

L'interesse per Ingrid Betancourt da parte dei media e dell'opinione pubblica europea è stata in questi anni una cartina tornasole del colonialismo mentale con il quale l'Europa guarda alle cose del Sud del mondo. Ingrid è giovane, Ingrid è bella, aristocratica, elegante. Ingrid è francese, una di noi quindi. Ingrid è progressista. Ingrid buca lo schermo. Ingrid, lungi dall'esserne colpevole, ha occupato in questi sei anni completamente lo schermo, oscurando milioni di altre donne vittime di una guerra, quella colombiana, che conta più profughi, 4 milioni, che Iraq, Afghanistan e Darfur insieme.

Lungi dall'esserne colpevole, lungi dal giustificare la sua orribile e imperdonabile prigionia, Ingrid è stata soprattutto una foglia di fico servita a distorcere il conflitto colombiano in maniera manichea fino a renderlo incomprensibile. Visto dall'Europa e per chi nulla sa di Colombia, in piena logica post-11 settembre di “guerra al terrorismo”, le FARC che hanno tenuta sequestrata Ingrid rappresentano tutto il male in Colombia, laddove chi l'ha liberata, il governo paramilitare di Álvaro Uribe rappresenterebbe tutto il bene. E' una visione manichea ed infondata del conflitto colombiano.

Reyes fu ammazzato in pieno territorio ecuadoriano, con un'azione militare tanto illegale quanto chirurgica, orchestrata dagli eserciti colombiano e statunitense: Ingrid, per i governi di Washington e Bogotà, non doveva essere liberata anche al prezzo di una crisi internazionale. Adesso le cose sono cambiate, in due mesi ancora molti scandali hanno pesato sull'uomo di Washington tanto da farlo decidere di legare la sua immagine alla liberazione della sua più acerrima nemica che bucava e chissà se bucherà ancora lo schermo rompendo il silenzio sulla Colombia. Una Colombia facile da digerire e dimenticare per gli stomaci delicati dell'opinione pubblica europea, che non vuol sapere dei contadini fatti a pezzi con la motosega dai paramilitari, di fumigazioni velenose come in Vietnam e di una guerra con la quale il paramilitarismo si è già appropriato di sei milioni di ettari di terra fertile, strappandoli ai piccoli produttori indigeni e afrodiscendenti e girandoli alle multinazionali.

La sesta vita di Ingrid Betancourt

Ingrid viene dal mondo delle oligarchie, quello della Colombia bene che chiude un occhio da sempre sulle ingiustizie e se ne fa complice, del narcotraffico, della corruzione, dello sfruttamento, delle voci critiche sistematicamente silenziate. È figlia di Gabriel Betancourt, che fu Ministro dell'Educazione al tempo di Gustavo Rojas Pinilla. È figlia di Yolanda Pulecio, già Miss Colombia e poi politica e diplomatica, che in questi anni ha girato il mondo accusando con coraggio Álvaro Uribe di essere il primo responsabile della cattività della figlia.

Nacque nel 1961 a Bogotà Ingrid, lo stesso anno di Zapatero e forse non è un caso, quando il suo paese era già desolato da più di un decennio dalla Violencia , che dura tuttora. Con i natali giusti, non poteva non fare le scuole giuste, il Liceo francese e poi il salto a Parigi con il padre Ambasciatore colombiano all'UNESCO. Lì comincia rapidamente una seconda vita, dorata come la prima. A vent'anni è già sposata con un diplomatico francese e prende quella cittadinanza comunitaria così preziosa che l'ha sottratta all'oscurità. Si laurea in Scienze politiche, e sarà madre per due volte. Ha fretta di vivere Ingrid e archivia quella vita per una nuova, la terza, di nuovo in America.

Torna in Colombia, divorzia, e si impegna in politica con il Partito Liberale. Collabora con César Gaviria, allora presidente e nel 1994, ad appena 33 anni, diventa deputata. È pienamente integrata nel sistema e l'aspetta una radiosa carriera, ma è lì che scatta qualcosa. E' la corruzione che comincia a risultarle insopportabile. Quella corruzione con la quale il Cartello di Cali, uno dei più importanti nel paese, sta finanziando il presidente liberale Ernesto Samper che lei stessa appoggia. Resta nel Partito Liberale ma ne diventa una spina nel fianco. In pieno parlamento a Bogotà si mette in sciopero della fame contro la sentenza aggiustata che aveva assolto Samper per aver preso soldi dal narcotraffico.

Denuncia dagli stessi scranni del Partito Liberale in parlamento come questo fosse viziato da interessi mafiosi. La fischiano e la spingono giù con la forza. E' il segno che il suo mondo, che alla corruzione e all'ingiustizia deve il proprio benessere, la sta espellendo e le dichiara guerra. Da quel momento saranno continue le minacce di morte e gli attentati, dai quali esce viva per miracolo. I sicari sono i paramilitari, i mandanti la parapolitica, la narcopolitica, lo stesso Álvaro Uribe, al quale contenderà la presidenza, che gliel'ha giurata.

Comincia così una nuova vita ancora, la quarta, al di fuori delle sicurezze del mondo dorato nel quale è nata, cresciuta, educata. Nel 1998 ottiene un buon successo personale con una nuova forza politica, il partito Verde Oxígeno, che unisce alle tematiche ambientali quelle della corruzione. È eletta senatrice, appoggia il predecessore di Uribe, Andrés Pastrana, ma poi se ne dichiarerà tradita. E' protagonista di azioni clamorose per la società colombiana, distribuisce preservativi e perfino il Viagra, sempre in polemica con la corruzione. Ha un linguaggio diretto che piace alla gente, ma è sempre più isolata dal sistema politico. Nel 2002 si candida alle presidenziali. Dalla Francia, dall'Europa, c'è interesse per lei, ma in Colombia c'è il vuoto e il silenzio intorno alla sua candidatura. Attacca duramente Álvaro Uribe. Lo accusa carte alla mano di essere un paramilitare, complice di paramilitari e di considerare l'assassinio come una normale arma politica. Aveva ragione e da quando è stato eletto una media di 600 oppositori politici sono stati ammazzati ogni anno in Colombia. È troppo scomoda Ingrid per il candidato di Washington che si propone di spazzar via le FARC con una guerra senza quartiere. È scomoda ma è un grillo parlante che molti temono ma pochi ascoltano. Quando viene rapita non arriva all'1% nei sondaggi.

Comincia così la quinta vita di Ingrid, prigioniera delle FARC dal 23 febbraio del 2002. È la più angustiosa, quella che lei stessa definirà in una lettera alla madre “una non vita”. Era andata a San Vicente del Caguán, la località al centro della zona di distensione tra governo e guerriglia, che con la fine del governo Pastrana veniva smobilitata. Voleva testimoniare l'appoggio a quella comunità (una delle poche che il suo partito amministrava) e continuare a puntare sul dialogo con la guerriglia come soluzione alla guerra. Il governo se ne lavò le mani. “E' colpa sua se è stata rapita” dichiarò il Ministro degli Interni.

Da allora sono passati sei anni, quattro mesi e una settimana. Ingrid è stata la più pregiata di un migliaio di disgraziati prigionieri delle FARC nella selva. Lei è l'unica che per i media occidentali conti qualcosa e le dirette di queste ore nelle quali la selva colombiana diviene boliviana e lei viene definita Premio Nobel lo testimoniano. Il contesto non conta nulla e neanche la bella francese serve per parlare della Colombia e della sua guerra dimenticata. Oggi parlano tutti di lei, i politici, le grandi firme del giornalismo, ma la Colombia sembra non esistere e dalle loro parole Ingrid sembra sia stata in questi anni sequestrata dagli extraterrestri.

Ingrid adesso è libera, salvata paradossalmente da Uribe che l'ha voluta e forse la vuole ancora morta. Lo hanno testimoniato i precedenti, le minacce, gli attentati, l'odio che il parapresidente della Colombia ha per lei. Un Uribe travolto da uno scandalo alla settimana al quale la liberazione di Ingrid, dà respiro. Qualcuno in Europa fantastica di una Ingrid restituita alla vita politica e addirittura futura presidente della Repubblica. Per adesso lasciamole cominciare la sua sesta vita, abbracciare i suoi cari e ricominciare a vivere. E' solo la sua sesta vita e speriamo, ma siamo pessimisti, che la luce non si spenga sul dramma colombiano.

Giornalismo partecipativo

Lettera del Presidente Correa a Ingrid Betancourt 

Presidenza della Repubblica

Quito, 10 luglio 2008

Signora

INGRID BETANCOURT

Francia

Stimata Ingrid:

Abbiamo conosciuto le sue dichiarazioni alla BBC di Londra del 9 luglio, dove espressa il suo appoggio all'attacco perpetrato da parte delle FFAA della Colombia, lo scorso 1°marzo, al mio paese, Ecuador.

Ci sorprende e ci dispiace profondamente per queste dichiarazioni che appoggiano e cercano di giustificare un atto illegittimo e illegale che è stato riconosciuto come tale ed è stato rifiutato da tutti i governi di America, incluso dallo stesso Governo di Colombia, che pubblicamente ha chiesto perdono perché fu un attentato contro i principi fondamentali del Diritto Internazionale e del Diritto Interamericano.

Ci dispiace che precisamente lei abbia fatto da eco delle affermazioni delle versioni del governo di Colombia rispetto della supposta mancanza di collaborazione del mio governo, che è stato, al contrario, permanente e costante, e arrivi inoltre ad insinuare che l'Ecuador è il santuario delle FARC, che censuriamo per i suoi metodi, a cui sempre facciamo appello per la liberazione incondizionata ed immediata di tutti gli ostaggi, e contro la cui presenza lottiamo tutti i giorni alla frontiera del nord del nostro paese con alti costi umani, materiali e finanziari.

Abbiamo sofferto con lei per la sua lunga prigionia e siamo stati contenti con lei il giorno della sua liberazione, però devo dirle in modo molto diretto che ci ha ferito che non abbia apprezzato nella sua giusta dimensione gli sforzi che ha fatto Ecuador per la sua liberazione ed ha appoggiato il bombardamento alla nostra patria e la violazione della sua sovranità e della sua integrità territoriale.

Non possiamo capire qual è la colpa degli ecuadoriani nella guerra fratricida che dilania da varie decadi la Colombia, perché lei possa giustificare il bombardamento alla nostra patria. Se si tratta delle infiltrazioni, nonostante i nostri sforzi, della guerriglia nel territorio ecuadoriano, dobbiamo intendere allora che siamo colpevoli della mancanza di protezione delle frontiere del sud della Colombia e di essere i vicini di un paese in una permanente guerra civile.

L'Ecuador ha fatto, e continuerà a fare, tutti gli sforzi, nella cornice del Diritto Interno, del Diritto Interamericano e del Diritto Internazionale, per far fronte agli impatti negativi nel nostro territorio del conflitto colombiano, del quale siamo le vittime e non i colpevoli.

Continueremo ad accogliere con le braccia aperte tutti i colombiani, che arrivano in Ecuador a centinaia di migliaia per cercare la pace e la sicurezza cittadina che non hanno incontrato nella loro patria.

Nonostante nel nostro lavoro umanitario e di solidarietà con il popolo colombiano non abbiamo mai cercato nessun riconoscimento, ci sarebbe però piaciuta un po' di gratitudine davanti a tanti sforzi.

Attentamente,

DIO, PATRIA E LIBERTA

Rafael Correa Delgado

PRESIDENTE COSTITUZIONALE DELL'ECUADOR

Traduzione di Ida Garberi

 

CROCE ROSSA E INGRID BETANCOURT, L'ENNESIMO CRIMINE DI GUERRA DI ÁLVARO URIBE

Gennaro Carotenuto
(18 luglio 2008)

Fin dalle prime ore dalla liberazione di Ingrid Betancourt e altri 14 ostaggi, era trapelato che l'esercito colombiano avrebbe usato i simboli della Croce rossa come parte dell'inganno verso le FARC per liberare l'ex senatrice. Oggi immagini della CNN confermano quello che è a tutti gli effetti un crimine di guerra e una violazione della convenzione di Ginevra.
Non sparate sulla Croce rossa. Ma soprattutto non giocate con un simbolo che o mantiene tutta la sua neutralità e imparzialità oppure difficilmente potrà mantenere quella credibilità che gli ha permesso di salvare vite umane in migliaia di casi in zona di guerra in quasi 150 anni di storia.
Eppure è quello che è successo nell'oramai celebre “Operazione scacco” con la quale è stata liberata Ingrid Betancourt. Se le prime notizie riportavano chiaramente dell'uso dei simboli della Croce Rossa come parte dell'inganno alle FARC (almeno nella versione ufficiale, mentre altre assicurano che sia stato pagato un riscatto) da parte dell'esercito colombiano, successivamente questo dettaglio è stato omesso dalle versioni ufficiali.
Ebbene, va alla televisione statunitense CNN il merito di aver mostrato le immagini dell'uso da parte dell'esercito colombiano. Sono bastate poche ore perché arrivasse la denuncia ferma della Croce rossa e lo stesso presidente Uribe dovesse ammettere la violazione e scusarsi.
Usare i simboli della Croce rossa è infatti una grave violazione della Convenzione di Ginevra e ne mette a rischio la credibilità che permette all'organizzazione di visitare per esempio carceri militari o luoghi di detenzione coperti da segreto e soprattutto ne mette a rischio la sicurezza in scenari di guerra. In Colombia e altrove, dietro l'insegna della Croce rossa da domani si celerà una crocerossina o un soldato armato fino ai denti?
Non è la prima volta che il simbolo della Croce rossa viene coinvolto in azioni percepite come di parte, basta pensare al ruolo ambiguo del rappresentante della Croce rossa italiana Maurizio Scelli sullo scenario iracheno. Anche se difficilmente Álvaro Uribe verrà trascinato davanti ad un tribunale internazionale per questo caso le conseguenze sono più d'una.
Da una parte viene macchiata l'azione perfetta con la quale i 15 ostaggi sono stati liberati ma allo stesso tempo se ne rende più credibile la versione ufficiale. Dall'altra si solleva il caso dei crimini contro l'umanità di Álvaro Uribe e del suo esercito, oltre che dei paramilitari. Tra questi vi è l'assassinio di un migliaio di contadini inermi per farli passare come guerriglieri e rispettare gli accordi di produttività con il Pentagono del quale è riferito nel numero 102-103 di Latinoamerica.